Paolo Dall’Oglio, mille giorni di silenzio

dalloglio(di Riccardo Cristiano, per Vatican Insider). “La sua assenza è molto dolorosa perché Paolo è un uomo molto colto, che ha dato tutta la sua vita al servizio del dialogo e della pace; ha difeso i diritti dell’uomo in questa regione martoriata”; il patriarca caldeo, Louis Sako, lo ha ricordato così molto prima che i giorni del suo silenzio divenissero mille. Ma che senso ha oggi, non tanto per noi, quanto per i siriani, ricordarsi di padre Dall’Oglio? La vicenda di questo gesuita italiano è oggettivamente connessa a quella dei due vescovi, il siro ortodosso Mar Gregorios Yohanna Ibrahim e il greco ortodosso Boulos Yazigi, rapiti in Siria il 22 aprile 2013, quindi ancor prima di lui. E non a caso proprio domenica scorsa papa Francesco è tornato a chiederne la liberazione. Tre sequestri drammatici, come drammatici sono quelli dei tantissimi siriani rapiti o inghiottiti nel buio siriano, da anni. Forse è questo il motivo per cui vale la pena per i siriani ricordarsi del pastore che si è fatto fino in fondo uno di loro.

Qualche giorno prima di quel 29 luglio del 2013 padre Paolo, pur sapendo che il recente decreto di espulsione ne faceva un osservato speciale, non ha potuto sottrarsi all’urgenza di restare fedele alla sua missione di stare accanto ai siriani. Una scelta fatta con naturalezza e consapevolezza, tanto che ad alcuni amici in quei giorni scrisse sotto forma di inciso: “Se potete ricordatemi nelle vostre preghiere”. Chissà cosa hanno capito: lui invece aveva capito tutto. Non tanto il rischio per sé, che metteva in conto, ma per tutti i siriani che ancora cercavano un modello di vita democratica nella cittadina di Raqqa dove andò, e che di lì a breve cadde nelle mani dell’ISIS, aprendo un nuovo tremendo scenario. Molti ne furono sorpresi; non lui, credo.

La Chiesa in uscita, l’inclusività e il governo dal basso  

Entrò dalla Turchia, dove, ha raccontato Michel Weiss sul “Daily Beast”, incontrava regolarmente una rifugiata siriana, cristiana di rito ortodosso, Hind Aboud Kabauat: “Mi diceva sempre: “Hind, non possiamo starcene seduti a casa a fare le nostre lezioni. Dobbiamo andare incontro alla gente. Perché questo è il significato di libertà e democrazia, “dalla gente alla gente”. Questo è esattamente ciò che Gesù vuole e ciò che Gesù faceva. Non se n’è rimasto seduto a casa sua”.” Con lei dunque era solito parlare di Chiesa in uscita e giunto al confine turco-siriano, a Gazantiep, rilasciò a un giovane giornalista siriano, Rami Jarrah, un’intervista, che è riapparsa solo recentemente sul web. Lì dentro, forse, c’era il cuore di questa visione in uscita: “Cari amici siriani, – si leggeva nell’intervista – se ciascuno di noi chiude la mente e crede che le cose andranno come vuole, resterà deluso: procedendo così le cose andrebbero come vuole il diavolo, noi tutti perderemmo il Paese e ciascuno perderebbe l’altro. Cari miei, pensiamo invece a cosa fare per mettere il paese sulla strada della comprensione, della convivenza, della fratellanza, della democrazia matura.” Partiva di qui, dallo sforzo di porre termine alle derive tiranniche comprendendo che esse vengono facilitate dalla paura dell’altro e quindi invitando a scegliere un metodo razionale e scoprire così in ogni comunità non più un pericolo, ma un reciproco arricchimento: “L’unità nazionale che abbiamo avuto era calata dall’alto, come nello stato napoleonico. Questo è il passato, che non funziona più: ora vogliamo un’unità che parta dal basso, dalla volontà dei cittadini, e quindi foriera di buoni rapporti con tutti i nostri vicini: i turcomanni porteranno rapporti privilegiati con la Turchia, i curdi ed i drusi con i loro fratelli della regione, gli sciiti ci porteranno relazioni privilegiate con gli sciiti del sud del Libano, dell’Iraq e dell’Iran. Perché no? Ognuno di noi ha la sua appartenenza, io sono cattolico e appartengo a Roma, che problema c’è in questo? E se l’altro è cristiano ortodosso avrà e porterà rapporti privilegiati con Istanbul, la Grecia e la Russia.”

La democrazia in contesti feriti e complessi si raggiunge con l’inclusività; sembra questo il vero messaggio del gesuita convinto dell’urgenza di un governo dal basso. Un’idea “candida”? Ma qual è l’alternativa al “candore”? Non a caso l’intervista procede così: “Dobbiamo mettere tutte queste appartenenze in un quadro di comprensione umana caratterizzata dalla religiosità. Alcuni di noi dicono che “la religione è di Dio e la patria è di tutti”. Alcuni non amano questa frase di Fares al-Khoury (padre dell’indipendenza siriana, nda). Pensano che la patria non può appartenere a tutti se non lasciamo Dio fuori dalla porta. Non rifiuto questo detto che piace a tanti siriani, cristiani e musulmani, ma voglio un paese plurale e armonioso, dove regni la religiosità, cioè dove le persone si amano perché essere umani, creature di Dio, quindi con diritti, dignità e il meritato rispetto. Religiosità significa guardarsi come Dio guarda le sue creature. Torno così all’ottimismo e alla voglia di costruire la Siria come la desideriamo: parlamentare, presidenziale, federale, unita come prima o con più autonomie regionali … la costruiremmo come vorremo!”. Diritti e dignità, cioè comune “cittadinanza”.

Il punto cruciale: la cittadinanza  

Arrivato a Raqqa ci fu il “solito” bagno di folla, ripreso da tanti. In quell’occasione esplicitò i suoi obiettivi: “Sono venuto spinto dalla tristezza per il sequestro del mio amico Ahmad al-Hajj Saleh, il quale mi ha riservato un’accoglienza abramitica a Tall Abiad quando sono passato di lì a febbraio. […] Sono venuto a chiedere ai siriani, a ricordare ai siriani, a chiedere a me stesso: insomma ragazzi, facciamo qualcosa per rappacificarci e porre avanti l’obiettivo giusto, quello di ottenere la libertà per tutti i siriani. E conservarla!” Forse andò a cena da una sua cara amica, la musulmana Suad Nufal, e forse uscirono insieme, visto che lei era abituata ad andare dopo cena davanti alla sede locale del’ISIS: si metteva lì, indossando pantaloni scuri, per affermare i suoi diritti di essere umano.

Hind, Rami, Suad: sono alcuni volti della Siria di padre Paolo, il gesuita che ha come bussola la cittadinanza, seguendo la Lettera a Diogneto: “I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti. Infatti non abitano in città particolari, non usano qualche strano linguaggio, e non adottano uno speciale modo di vivere”.

Parla la sorella, Francesca

Il sequestro da parte dei miliziani dell’ISIS, mai rivendicato, ha dato inizio a una ridda di illazioni, che hanno acuito il dolore. La sorella, Francesca Dall’Oglio: “Questi 1000 giorni di incertezza e di angoscia per la sorte di Paolo, con un terribile stillicidio di notizie contrastanti, sono molto duri per tutti noi. Sono anche giorni accompagnati dalla certezza che per Paolo, coerentemente alla “chiamata” ricevuta, quello fosse il posto in cui doveva stare: accanto al popolo siriano tanto martoriato e da lui tanto amato, pastore per le sue pecore. Mi tornano allora in mente tutte le strade che aveva tentato di percorrere per favorire una sensibilità sul disastro che stava avvenendo in Siria e su ciò che forse era ancora possibile fare. Chissà, forse quelle strade intraviste allora, nel loro fondamento per il dialogo, possono forse essere la chiave di lettura per … guardare oltre. Oggi avverto che il suo era un linguaggio profetico, sempre accompagnato dalla fiducia nel Signore nonostante le difficoltà e il dolore del contesto.

Per noi, alcuni momenti sono stati intensi e pieni di speranza, abbiamo sentito il livello di sensibilità ed impegno per Paolo, come quella domenica a luglio scorso, in cui Papa Francesco chiese la sua liberazione parlando di lui come “stimato religioso”. E ancora nello stesso periodo ricordo l’accoglienza che ci offrì il Presidente Mattarella che ci ribadì l’impegno delle istituzioni italiane nel fare tutto il possibile per la sua liberazione; in quell’occasione, così come ora, abbiamo riposto con stima e fiducia nel Presidente Mattarella la nostra speranza”.

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