Il crocifisso e il vivere insieme

Di Riccardo Cristiano

croce_lampedusaSul sito  Repubblica.it , al riguardo delle vivaci discussioni sui nudi dei musei capitolini velati per non pensare di offendere il presidente iraniano, ha scritto Tomaso Montanari:

Esporre in luoghi pubblici statue nude è stata una delle riconquiste del Rinascimento italiano: uno dei passi fondamentali verso la nascita di uno spazio sottratto alla sfera della religione. Uno spazio laico, sacro ai valori della conoscenza: che sono anche quelli della tolleranza.
Coprire quelle statue, per qualche ora in occasione della visita di un ospite che ne sarebbe ferito è un atto che si iscrive benissimo in quella stessa tolleranza, che è la parte migliore della nostra identità. E allora è giusto chiedersi se ciò che facciamo volentieri per un ospite che vale diciassette miliardi di dollari non dovremmo farlo anche per i nuovi italiani che arrivano nel nostro Paese solo con la loro pelle – quando ci riescono.
Per esempio, non dovremmo forse deciderci a togliere il crocifisso dalle aule civili (di scuole e tribunali, per esempio) di uno Stato laico? Non dovremmo evitare il rischio che passi il messaggio che, dentro la comunità dei cittadini, ci sia una cerchia superiore, che impone a tutti gli altri i propri simboli religiosi? È un tema controverso, e un serio dibattito diventa ogni giorno più urgente: perché faremo ancora a lungo i conti con il potere delle immagini”.

Rispetto tutti i punti di vista, non mi arrogo il diritto di parlare per altri. Ma questa tesi mi colpisce profondamente. Io credo che i profughi, i rifugiati, i migranti che giungono in Italia abbiano altre richieste: l’accoglienza, l’integrazione, lo ius solis, l’essere considerati una risorsa, un arricchimento anche economico. Non credo che sbarcando a Lampedusa si domandino perché nella struttura cattolica che li aiuta ci sia un crocifisso. Non credo che inserendosi nel nostro Paese si chiedano perché a scuola c’è il crocifisso.

Questa idea, a mio avviso, è poco rispettosa dell’umanità e della cultura dei migranti, molti dei quali (ad esempio gli eritrei) sono cristiani. Ma stiamo ai musulmani. Hanno paura dei simboli religiosi? O questa non è una paura nostra, che espone una teoria dell’accoglienza: le religioni sono compartimenti stagni, rigidi, chiusi, incapaci di capirsi, arricchirsi e rapportarsi. Ne sembra conseguire l’idea che solo negandole tutte potremo vivere insieme. Arriveremo così a sempre maggiori negazioni? Non si arriva così allo stesso esito dei fanatici, che negano che ogni individuo ha una identità plurima? Non vi sembra che vada così dicendo “vi accogliamo senza simboli, voi circolate senza simboli”. Che umanità sarebbe questa? Avrei infatti capito una richiesta di allargamento, tipo la possibilità di celebrare le proprie grandi festività. E invece qui scorgo un rispetto che non conosce (a Persepolis ci sono antichissimi nudi). E in molte case musulmane si è  conosciuto e festeggiato il Natale. La Francia non ha tolto il vino dal menù del banchetto in onore di Rowhani e lui non ha certo cancellato i contratti con quel Paese. Anzi, credo che serberà un ricordo più vivo di Parigi che della Roma con le statue velate. Ma non basta. Che Paesi sono i  Paesi europei che confiscano o chiedono in compensazione i beni personali dei migranti per le spese di accoglienza?  Non credo abbiano il crocifisso nelle scuole: e non credo che questo consoli .  Forse se avessero avuto il crocifisso nelle scuole e nel cuore  molti migranti musulmani avrebbero apprezzato, perché l’umanesimo non ha barriere. Le culture “pure” non esistono, la storia è il frutto del loro incontro, del loro mescolarsi. Pensare che un simbolo possa escludere a me sembra dire che le culture, comprese le religioni, sono separate, immobili. E allora “chi” accoglie “chi”?

Se domani dovessi migrare in un paese islamico sarei lieto, svegliandomi la mattina, di sentire il canto del muezzin, non mi farebbe sentire estraneo, escluso: e se fossi ben accetto mi sentirei felice di portare il mio contributo al loro e al mio benessere dando, con gratitudine e apertura di cuore, il mio impegno di essere umano. Il mio desiderio sarebbe quello di sentirmi trattato da “cittadino”, cioè da portatore, non da sottrattore. Non avrei paura in un’aula di giustizia con la mezzaluna, vorrei rispondere a un codice non religioso. Questo mi dice il mio buon senso e l’esempio di chi, come padre Dall’Oglio, ha vissuto e lavorato in un paese islamico, senza paure “identitarie”, amando il suo prossimo in modo a mio avviso sano.

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